All’Armonia
«Gigi Schinchi», uno Schicchi in salsa triestina
TRIESTE 27 gennaio 2002
Il
ritratto splendido che Puccini offre alla Firenze medievale si piega alle malìe
di una Tergeste duecentesca, animata da comari e trapoleri. Le
contestualizzazioni storiche, topografiche e linguistiche che rendono palpabile
la toscanità sono cancellate per restituire verisimiglianza ad
un’ambientazione patoca triestina scoppiettante di espressività.
E’ questo il risultato della rilettura audace dell’atto
unico Gianni Schicchi, per l’occasione divenuto «Gigi Schinchi», ideata
dalla compagnia Quei de Scala Santa per la stagione dell’Armonia. Intriso da un’esilarante vis dialettale, il libretto di
Gioacchino Forzano si trasforma in una storia di amena quotidianità corale e
popolare, frutto di un’ironia spontanea che crea complicità tra i numerosi
personaggi.
L’episodio, accolto già nel trentesimo canto
dell’Inferno dantesco, ritrae un abile falsificatore che, sul letto di morte,
finge una nuova identità per dettare un testamento a lui favorevole.
Un tema furfantesco, quasi un intrigo da Commedia
dell’Arte, che gli attori triestini rendono con brio e sagace eloquio tanto
nella gestualità che nell’espressione vocale, pronti a fare sempre i propri
interessi e ad agire ostinatamente per il proprio tornaconto.
La cornice metateatrale in cui alcuni dilettanti si ritrovano
a provare la beffa regala a ciascun teatrante uno spassoso doppio ruolo e i
dialoghi vivaci, creati da Lilia Mihnich, amplificano le potenzialità buffe in
ogni caratterizzazione. Fra queste spicca senza dubbio quella della stessa
Mihnich, impegnata generosamente nei panni della vecchia avida e ostile Zita e
della raffinata Lilia.
E anche i brevi inserti danzanti, affidati ai nobili dei
Belli e dei Pellegrini dell’Associazione tredici Casade, vanno a completare un
convincente quadro d’insieme che la regia di Silvia Grezzi ha saputo ben
coordinare.
Pure apprezzabili la cura scenografica e i costumi,
funzionali all’invenzione di un medioevo cittadino che non scivola mai nel
kitsch e nel carnevalesco.
Elena Pousché